Studi e ricerche

L'ECONOMIA SOCIALE CHE RESISTE

Secondo l'ultimo studi di Euricse: un milione e mezzo di occupati tra cooperative e associazioni, ma margini risicati e carenza di giovani frenano la crescita.

lunedì 2 febbraio 2026

Oltre 405mila organizzazioni, 1,54 milioni di lavoratori, un fatturato di quasi 6 miliardi di euro tra cooperative sociali. L'economia sociale in Italia non è più un settore di nicchia, ma un pilastro del sistema produttivo e sociale del Paese. Eppure, nonostante i numeri imponenti, questa galassia di cooperative, associazioni, fondazioni e imprese sociali attraversa una fase delicata, sospesa tra la necessità di consolidarsi e il rischio di perdere la propria identità.

I dati più recenti, raccolti dall'Istat e analizzati nel rapporto "Economia sociale 2025" di EURICSE, fotografano un universo complesso e stratificato. Le cooperative non sociali rappresentano il 39,6% degli occupati del settore, seguite dalle cooperative sociali con il 31,8%. Molto più diffuse per numero, ma assai meno concentrate sul versante occupazionale, sono le associazioni: oltre 314mila entità con appena 177mila addetti, a conferma del forte ricorso al volontariato. Le fondazioni contano 8.713 unità e impiegano 118mila persone.

Sul piano territoriale, l'economia sociale si distribuisce seguendo le linee delle disuguaglianze del Paese. Oltre la metà degli occupati lavora nel Nord Italia, con la Lombardia che da sola ne concentra il 19,1%, seguita da Emilia-Romagna (14,8%) e Veneto (8,2%). Il Mezzogiorno, pur pesando meno in termini assoluti, è dove l'economia sociale assume spesso un ruolo strategico, supplendo a carenze dello Stato e del mercato.

 

Tra sostenibilità e vulnerabilità

Ma dietro le cifre si celano fragilità strutturali. Le cooperative sociali di inserimento lavorativo, ad esempio, sono oltre 4.400 e occupano circa 15.600 lavoratori svantaggiati a tempo pieno. Tuttavia, negli ultimi anni il loro numero è in calo e la redditività media è ai limiti del pareggio: appena l'1% di utile sul fatturato. Una condizione che costringe molte organizzazioni a operare senza margini di investimento, con il rischio di logoramento nel tempo.

Anche la composizione della forza lavoro preoccupa. Nelle cooperative non agricole, l'età media dei lavoratori è in crescita: quasi il 40% supera i 50 anni, mentre i giovani sotto i 30 sono appena il 13%. L'invecchiamento non riguarda solo chi lavora, ma anche chi guida queste organizzazioni, con il rischio concreto di una crisi di ricambio generazionale. E se le donne rappresentano oltre la metà degli occupati (57,6%), a dimostrazione della capacità inclusiva del settore, resta aperta la questione della qualità del lavoro: salari spesso contenuti, alta incidenza di part-time, percorsi di carriera non sempre chiari.

Sul fronte del volontariato, il calo è netto: dai 5,5 milioni di volontari del 2015 si è scesi a 4,6 milioni nel 2021, con una riduzione del 16,5%. Anche qui l'invecchiamento è evidente: la fascia 30-54 anni è scesa dal 71% al 62%, mentre gli over 55 sono saliti al 34%. Un segnale preoccupante, perché il volontariato non è solo manodopera gratuita, ma linfa vitale di un modello che fa della partecipazione civica la propria ragion d'essere.

 

Dove l'economia sociale fa la differenza

Nonostante queste criticità, l'economia sociale continua a dimostrare una capacità unica di rispondere a bisogni che altri attori non intercettano. Nelle aree interne e rurali, dove lo spopolamento avanza e i servizi pubblici arretrano, cooperative e associazioni diventano l'unico presidio di welfare, mobilità, cultura. Le comunità energetiche rinnovabili, ad esempio, sono quasi 600 in Italia e coinvolgono oltre 5.500 utenze, con una forte presenza proprio nei borghi e nelle zone montane. Le cooperative di comunità, 243 in tutto il Paese, cercano di rivitalizzare territori in abbandono, gestendo beni comuni, attività turistiche, servizi di prossimità.

Nel settore socio-sanitario, le organizzazioni dell'economia sociale erogano assistenza domiciliare, gestiscono case della comunità, accompagnano persone fragili verso l'autonomia. Spesso lo fanno con mezzi limitati e in condizioni di incertezza normativa, ma con una prossimità e una flessibilità che il pubblico e il privato for-profit faticano a garantire.

Il ruolo dell'economia sociale è riconosciuto anche a livello europeo. Il Piano d'azione per l'economia sociale varato dalla Commissione europea nel 2021 ha spinto gli Stati membri ad adottare strategie nazionali di sostegno. L'Italia ha risposto con un proprio Piano nazionale, che punta su tre assi: riconoscimento, opportunità e condizioni abilitanti. Tuttavia, l'attuazione resta lenta e disomogenea. Manca ancora una regia istituzionale forte, capace di coordinare interventi che oggi risultano frammentati tra ministeri, regioni, enti locali.

 

Le sfide del futuro

L'economia sociale italiana si trova a un bivio. Da un lato, ha dimostrato di saper resistere, innovare, radicarsi nei territori. Dall'altro, deve affrontare nodi strutturali: la sostenibilità economica, il ricambio generazionale, la formazione di competenze adeguate, l'accesso a strumenti finanziari non speculativi. Servono politiche pubbliche coraggiose, che riconoscano il valore non solo economico ma anche sociale di queste organizzazioni, senza ingabbiarle in logiche di mercato o burocratiche.

E serve anche una riflessione più profonda sul modello di sviluppo che vogliamo. L'economia sociale non è solo un settore dell'economia: è un modo diverso di produrre, distribuire, decidere. Un modo che mette al centro le persone, la comunità, l'ambiente. In un Paese sempre più frammentato e diseguale, questa prospettiva non è un lusso, ma una necessità.

Documenti da scaricare

Resta informato