Il 1° giugno 2026, ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro braccianti sono morti in un incendio doloso, appiccato da due caporali dopo un diverbio sul pagamento del trasporto.
Non è un episodio isolato: solo in Calabria si stimano oggi tra gli 11.000 e i 12.000 lavoratori agricoli irregolari, e a livello nazionale il fenomeno del caporalato coinvolgerebbe oltre 200.000 persone nel solo settore agricolo, con un giro d'affari stimato di miliardi di euro l'anno. Sono numeri che raccontano un sistema fatto di paghe a cottimo, giornate di lavoro fino a 12 ore, alloggi fatiscenti e ricatti legati al permesso di soggiorno — un sistema che, periodicamente, la cronaca ci ricorda essere anche letale.
Di fronte a questo scenario, c'è chi ha scelto di costruire un'alternativa concreta, sul campo, da anni prima che i riflettori nazionali si riaccendessero. È il Progetto Spartacus, promosso dalla cooperativa sociale milanese Giuste Terre.
Un'alternativa che si costruisce da sette anni
Spartacus nasce nel novembre 2018, dopo una visita ai produttori calabresi nella baraccopoli di San Ferdinando, e diventa operativo nel febbraio 2019. Il nome non è casuale: richiama lo schiavo ribelle contro Roma, simbolo di riscatto per chi il lavoro lo subisce come una forma di schiavitù moderna.
Il progetto si regge su cinque pilastri molto concreti:
- lavoro regolare, tramite l'incontro diretto tra braccianti e aziende disposte a contratti in regola; accoglienza, con alloggi presi in affitto direttamente dal progetto, perché spesso a un migrante nessun proprietario affitta casa;
- trasporto sicuro, con pulmini guidati dagli stessi lavoratori, in alternativa ai furgoni dei caporali;
- assistenza legale, per permessi di soggiorno, documenti e conti correnti;
- networking con i diversi enti coinvolti
- e formazione, dall'italiano alla patente, fino all'uso di muletti e trattori.
Partito con circa 20 beneficiari, Spartacus ha superato le 200 persone seguite nel 2025. Da Rosarno e dalla Piana di Gioia Tauro si è esteso alla Toscana, per la formazione in olivicoltura, e dal 2024 anche alla Puglia — fino a Borgo Mezzanone, nel Foggiano, una delle baraccopoli più grandi d'Europa, dove il progetto opera in collaborazione con l'associazione NO CAP.
La stessa coerenza dietro un nome nuovo
Questo lavoro porta la firma di una cooperativa che da 35 anni, dal 1990, opera a Milano nel commercio equo e solidale, ed è stata tra i soci fondatori di Altromercato nel 1996. Nel 2017, fondendosi con la Cooperativa Solidarietà di Brescia, è diventata la più grande organizzazione di fair trade in Lombardia, con 6 punti vendita e uno shop online.
Proprio in questi mesi, però, questa storia sta attraversando un passaggio delicato: nel 2024 la cooperativa — che portava un nome legato alla memoria del sindacalista brasiliano Chico Mendes — si è vista contestare da parte degli aventi diritto il consenso all'uso di quel nome, con una richiesta risarcitoria significativa. La risposta è arrivata rapidamente: il 30 giugno 2025 l'Assemblea Straordinaria ha deliberato il cambio di denominazione in Giuste Terre, con rinuncia ai marchi registrati. Una scelta di responsabilità, che oggi la cooperativa sta portando a termine con il patrocinio gratuito di uno studio legale milanese.
Ma cambiare nome, quando alle spalle ci sono 35 anni di attività — marchi, siti, materiali, comunicazione, oltre alla definizione della controversia — ha un costo concreto: oltre 120.000 euro, che la cooperativa sta raccogliendo attraverso una campagna di fundraising rivolta a chiunque, in questi anni, ne abbia incrociato il percorso.
“Quello che chiediamo oggi non è un atto di generosità verso di noi, ma la possibilità di continuare a fare quello che facciamo da 35 anni: lavorare per un mondo più giusto, che tuteli le persone e il pianeta — dalle botteghe del commercio equo ai percorsi come Spartacus, che ogni giorno restituisce dignità e un lavoro regolare a chi altrimenti resterebbe senza tutele. Cambiare nome è stato un atto di responsabilità che abbiamo affrontato senza esitare, ma ha un costo che da soli non possiamo sostenere: chi in questi anni ha incrociato il nostro percorso oggi può aiutarci a proteggerlo." così il presidente di Giuste Terre, Emilio Roncoroni
Perché sostenere questa campagna
Dietro un cambio di denominazione c'è, in questo caso, la stessa organizzazione che ogni giorno tiene in piedi progetti come Spartacus: che affitta case a chi nessuno vuole affittarle, che porta italiano e patenti a chi ne ha bisogno per uscire dal ricatto del caporale, che continua a esserci — in Calabria, in Toscana, in Puglia — anche quando la cronaca smette di parlarne.
Sostenere la raccolta fondi di Giuste Terre non significa solo coprire delle spese legali e amministrative. Significa permettere a chi lavora concretamente contro lo sfruttamento — con progetti come Spartacus — di continuare a farlo con lo stesso nome, la stessa energia e la stessa credibilità costruita in 35 anni, senza che una controversia legale ne assorba le energie e le risorse.
👉 La campagna è attiva qui: ogni contributo, anche piccolo, aiuta Giuste Terre a voltare pagina — e a continuare a lavorare, letteralmente, una terra giusta.